Tecniche di condizionamento

L’attrezzo fondamentale del karate antico: il Kakete-Biki

Uno dei tanti elementi che differenziano il karate antico di Okinawa (Tode-Jutsu) dal karate moderno giapponese (Karate-do) sono i metodi di allenamento. Considerando il fatto che nel karate antico non esiste combattimento a lunga distanza, come avviene nel karate moderno e sportivo, ma solo combattimento a distanza ravvicinata, anche i metodi di allenamento e gli attrezzi utilizzati sono stati sviluppati in funzione di questa esigenza. Ovviamente il makiwara ha sempre la sua importanza, ma molto più importante è il kakete-biki (o kakiya), una versione semplificata dell’uomo di legno, attrezzo introdotto dai cinesi che si stabilirono intorno al 1600 nelle isole RyuKyu e che fu poi riadattato dagli okinawensi. Perché è così importante? Perché consente di allenare combinazioni multiple in cui non ci siano soltanto percosse ma anche una presa e una leva, sviluppando il ritmo, la coordinazione, e gli automatismi in velocità. Ci sono diversi modelli e c’è in genere una certa libertà nel personalizzare la struttura, ma il modello più diffuso si basa semplicemente su un corpo di legno su cui è montato un braccio basculante con un contrappeso che serve a fornire una certa resistenza alle prese, alle parate schiaccianti (osae uke) o a quelle avvolgenti (kake uke e saguri te). Il braccio è tornito e imita nelle proporzioni un avambraccio umano col pugno chiuso. Nella parte alta del corpo può essere montato un makiwara per i colpi di pugno, mentre la parte bassa dell’attrezzo può essere imbottita con paglia o canne per allenare i calci corti. Qui sotto potete vedere il disegno di un kakete-biki classico e una sua realizzazione moderna, dove il sacco che fa da contrappeso è sostituito da elastici.

Nel video che segue, Noah Legel mostra come ci si possa arrangiare temporaneamente, senza un kakete-biki, anche con un manico di scopa. Manca certamente la resistenza del contrappeso (Noah, ironicamente definisce questa soluzione “il kakete-biki dei poveri”), ma si possono ancora allenare combinazioni di leve (Tuite). Meglio di niente…

La presa ad artiglio: usi e metodi di allenamento

Una delle tecniche classiche del karate antico che per prime sono state eliminate nel karate moderno è la presa ad artiglio, chiaramente di origine cinese. Questo genere di presa si impiega normalmente per bloccare un braccio dopo una parata, ma anche per paralizzare un muscolo premendo su più punti vitali, per separare dolorosamente dalle ossa muscoli e tendini, per afferrare le costole fluttuanti, o ancora – e in modo più devastante – per portare un attacco alla carotide, agli occhi, ai testicoli, o addirittura strappare lembi di carne. Nelle arti marziali cinesi queste tecniche avevano origine nell’imitazione di animali reali o mitologici, come la tigre, l’aquila, il drago, e del modo in cui usano gli artigli.

Esistono diverse versioni di questa tecnica nelle scuole di Shuri e di Tomari, ma l’uso più frequente è nelle scuole di Naha (Goju Ryu e Uechi Ryu), dove l’influenza cinese è più visibile. La presa può essere eseguita con tutte le dita della mano oppure con sole tre dita (pollice, indice e medio). Negli stili Shorin la presa ad artiglio è spesso l’evoluzione naturale delle parate avvolgenti come il saguri-te e di quelle a mano aperta. Secondo i maestri del karate antico, la sensazione che si deve avere nell’eseguire la tecnica è quella di piantare degli arpioni d’acciaio nel corpo dell’avversario, la mano deve chiudersi come una tagliola e la presa dev’essere sufficientemente ferma e potente da non lasciare scampo. Per ottenere questa performance esiste una pratica specifica che si tramanda da secoli.

Nel video che segue Shinyu Gushi (1939-2012) della scuola Pangai Noon, [1] dimostra il metodo classico utilizzato ancora oggi per allenare la presa ad artiglio: consiste nell’afferrare due vasi di (o kame) riempiti di sabbia, sollevarli e tenerli sospesi per qualche tempo eseguendo tecniche di respirazione in tensione dinamica. Questo abbinamento degli esercizi è evidentemente collegato alle antiche pratiche cinesi di Qi Gong con cui, attraverso la circolazione interna, si indirizzava l’energia nelle parti del corpo che si intendeva rinvigorire, aumentando l’efficacia dell’esercizio.

[1] Il Pangai-noon (in cinese Gangrouquan, 刚柔拳), scuola fondata da Zhou Zi He (in okinawense Shu Shi Wa, 1874-1926), monaco taoista che arrivò a Okinawa verso a fine del 1800, è il fondamento dello stile Uechi Ryu.

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI
Bishop Mark, Okinawan Karate, 1999
Hokama Tetsuhiro, 100 Masters of Okinawan Karate, Okinawa, Ozata Print, 2005.