Le chiavi del Tode-Jutsu

Come già accennato in altri articoli, fino all’epoca della modernizzazione e della sua trasformazione in Karate-Do, ovvero fino ai primi del 1900, il karate antico, o Tode-jutsu, aveva un carattere di assoluta segretezza. Il motivo è molto semplice: si trattava di un sistema di tecniche letali che non potevano essere messe in mano a chiunque. Ogni scuola di karate provvedeva quindi a rendere inaccessibili le tecniche sia dall’esterno, codificando o tramandando kata concepiti proprio per impedire che venissero riconosciute, sia dall’interno, insegnando le tecniche vere a pochi allievi di cui erano state ampiamente verificate, dopo anni e anni di pratica, le qualità richieste, la serietà e la purezza d’animo.

Dunque, il Karate-Do giapponese divenne, in seguito, l’esatto opposto del Tode-jutsu okinawense: un’attività educativa basata su una semplificazione del karate antico, da cui erano state cancellate sia tutte le tecniche letali sia le metodiche per l’allenamento di queste tecniche. Credere che il karate che si pratica oggi sia sostanzialmente identico a quello che si praticava ieri è come pensare che la scherma olimpica odierna sia identica alla scherma del 1600 che si faceva con spade vere, consentiva tutti i generi di movimento (mentre la scherma moderna si svolge su una pedana rettilinea), e comprendeva anche tecniche di lotta senza spada. Una disciplina, cioè, concepita per lo scontro reale e non per il confronto sportivo.

Ma in che modo nel karate antico venivano celate le tecniche? Tutto il repertorio di una scuola era racchiuso nei kata. Come ben sa chi oggi ha la fortuna di studiare in una delle ultime scuole di karate antico rimaste, le tecniche potevano essere occultate nei kata stessi con metodi che differivano sensibilmente a seconda della tradizione della scuola. Questi metodi sono essenzialmente cinque [1]:

  1. Introducendo nel kata un movimento parziale, che mostrava cioè solo in parte la tecnica reale (e quindi soltanto coloro che avevano ricevuto l’insegnamento della sua completa applicazione potevano sapere, mentre gli altri avrebbero inutilmente continuato a cercare l’applicazione di un movimento incompleto e senza alcun significato).
  2. Introducendo nel kata un movimento caratterizzato da una forte somiglianza con un’altra tecnica, in modo tale che venisse regolarmente interpretato in modo sbagliato (ad esempio, la parata era contenuta nel movimento di caricamento di un parata, mentre quello che all’occhio estraneo appariva come “la parata” in realtà era tutt’altro).
  3. Introducendo nel kata un movimento inverso rispetto alla sua applicazione reale.
  4. Tenendo l’insegnamento di un kata separato dai principi con cui le tecniche andrebbero applicate e fornendone nel frattempo soltanto applicazioni elementari. In alcuni casi esisteva perfino un “kata concettuale“, che conteneva tutte le chiavi per aprire i kata di una Scuola, ma inutilizzabile con i kata di altre scuole.
  5. Insegnando una versione fake di tutti i kata della Scuola fino a quando non si riteneva l’allievo sufficientemente maturo per ricevere l’insegnamento dei kata originali insieme alle applicazioni reali delle tecniche ivi contenute.

Se è estremamente facile apprendere una forma classica di karate antico, è altrettanto difficile, se non impossibile, scoprire quali siano le tecniche reali che nasconde, non possedendo le chiavi per “aprirla”. Va da sé che quando i giapponesi tentarono di appropriarsi del karate di Okinawa, ciò che portarono a casa furono soltanto i kata senza le loro reali applicazioni, applicazioni che pensarono di poter “ricostruire” a posteriori, cadendo fatalmente nelle trappole di un’interpretazione “letterale” dei movimenti perché basata sulle apparenze.

Così, negli stili novecenteschi giapponesi (Shotokan, Shito Ryu, Wado Ryu, ecc.) i movimenti dei kata classici, che nel frattempo erano stati modificati e semplificati, furono interpretati in modo completamente diverso introducendo applicazioni e bunkai inventati di sana pianta, molto lontani dall’applicazione reale tramandata dalla scuola d’origine. A questo si aggiunge il fatto che nel karate antico, per la sopravvivenza di una Scuola, le applicazioni reali non venivano rivelate a tutti gli allievi ma solo a coloro che il caposcuola riteneva degni di ricevere queste conoscenze. Cioè coloro di cui l’insegnante era assolutamente certo che avrebbero fatto un uso saggio dell’insegnamento e l’avrebbero tramandato a loro volta soltanto agli allievi più fidati. Per fare un esempio, se né Mabuni, né Funakoshi, né Otsuka tramandarono il kyusho e il tuite contenuto nei kata, è perché non ricevettero mai quell’insegnamento. E questo dato ha un significato preciso. Dagli scritti postumi di Funakoshi risulta che uno dei suoi due maestri, Anko Azato, fosse un esperto di kyusho. Eppure Funakoshi non ebbe alcuna conoscenza di kyusho e non ne tramandò al figlio. Lo stesso vale per Mabuni che pure ebbe fra le mani il Bubishi. Otsuka, invece, dopo il distacco da Funakoshi, si arrangiò a “ricostruire” il tuite andando a pescare nel Ju-jutsu giapponese e inserendolo artificialmente nel suo karate.

Ritenere che oggi non esista più questo patrimonio e nessuno sia più in grado di insegnarlo è un grave errore dettato il più delle volte dalla superficialità dell’approccio o dall’ignoranza. Molti degli ultimi eredi del Karate-Jutsu sono morti in questi anni, ma molti sono ancora in vita ed entrambi hanno già lasciato la loro eredità ad allievi anziani okinawensi e occidentali. Curiosamente, nessun giapponese. Il filo della trasmissione tradizionale non si è affatto interrotto e soltanto i praticanti seri e di buona volontà sapranno trovarlo, avvicinandosi al karate antico con mente aperta e spirito da principiante. È come un’appassionante caccia al tesoro, per intraprendere la quale occorre dotarsi prima di tutto di tre qualità: l’attenzione, la costanza, e l’umiltà. Chi scrive ha avuto modo di confrontarsi con questi allievi diretti, alcuni dei quali hanno avuto il privilegio di poter accedere ai segreti della propria scuola solo dopo oltre trent’anni di pratica, quando non si aspettavano più nulla e continuavano a praticare per puro amore dello studio. Proprio in quel momento, e all’improvviso, il loro insegnante ha comunicato loro di ritenere che fossero finalmente pronti per “iniziare a studiare il karate“. E si tratta di maestri che non chiedono nessun denaro per il loro preziosissimo insegnamento. Maestri anziani, inaccessibili alla massa, a cui importa soltanto che l’insegnamento della Scuola venga preservato.

Il vero insegnamento non ha prezzo. E proprio in base a questo principio, infatti, esiste un altro metodo oltre a quelli citati per celarlo: respingendo direttamente le persone ritenute indegne di riceverlo. In pratica, l’insegnante le accoglie ugualmente nel proprio dojo, spesso facendo pagare somme ingenti e consegnando diplomi altisonanti anche solo dopo una settimana di pratica. Molti occidentali e orientali cadono ancora oggi in questa trappola e tornano da Okinawa credendo di aver imparato tutto, di aver carpito i segreti del karate antico, ma non si accorgono di aver portato a casa soltanto la buccia del frutto: la polpa è rimasta a Okinawa, conservata con cura in attesa dell’arrivo di un vero allievo. Gli anziani custodi di questi segreti non si perdono d’animo se non trovano allievi, semplicemente non ne cercano. Trascorrono serenamente gli ultimi anni della loro vita e se non hanno la fortuna di avere qualcuno a cui passare il testimone, muoiono serenamente nella consapevolezza di aver vissuto una vita retta.

Nishihira Kosei (1942-2007)
accanto all’iscrizione dell’Hombu Dojo
del Matsumura Seito Shorin Ryu

NOTE

[1] Le informazioni contenute in questo articolo sono state generosamente concesse da tre scuole storiche di karate antico cui siamo legati da rapporti di profonda amicizia, scuole che mantengono ancora oggi i metodi e la segretezza tradizionali. Soltanto una di esse è rappresentata in Italia e nessuna fa parte del nostro Comitato Scientifico. A loro va il nostro ringraziamento. Chi scrive non è autorizzato a condividere altro oltre alla sintesi dei metodi per nascondere le tecniche sopra riportata.

Nuove piste d’indagine sul kata Naihanchi

A che punto sono oggi le ricerche sulle origini del kata Naihanchi? Gli studiosi stanno cominciando ad individuare solo in questi ultimi anni alcuni dettagli chiave contenuti nei pochi scritti che abbiamo, dettagli che potrebbero indirizzarci a nuove scoperte. Choki Motobu, nei suoi due libri Okinawa Kenpo toudijutsu Kumite-hen (1926) e Watashi no toudijutsu (1932) dichiara che “il Naihanchi fu importato dalla Cina, dove non era più praticato”. Questo renderebbe inutile oggi ogni tentativo di rinvenire in qualche forma cinese il canovaccio originario da cui derivò il Naihanchi. C’è da sperare solo nell’incompletezza delle conoscenze di Motobu.

Ma c’è un prezioso indizio fin qui sfuggito a molti studiosi: Gichin Funakoshi, a pagina 4 del suo Ryukyu Kempo Karatejutsu (1922), afferma che i primi due Naihanchi venivano praticati originariamente con una posizione cosiddetta “a zampe di piccione” (mentre il terzo utilizzava la posizione del cavaliere che all’epoca era assai corta, quasi in piedi). Questo modo di eseguire il Naihanchi è ancora visibile nell’Isshin Ryu. Ma la posizione di cui parla Funakoshi non è altro che il Sanchin dachi con i piedi paralleli! Questo indizio rafforza l’ipotesi che il Naihanchi provenga dal Sud-Est della Cina, precisamente dal Fujian, regione in cui erano maggiormente diffusi gli stili della Gru Bianca, e dunque sia strettamente imparentato con il kata Sanchin (nella Gru Bianca, Sam Chien). Si tratta di due kata fondamentali per la corretta pratica della respirazione col tanden in abbinamento con tutte le tecniche.

Oggi la teoria che fa risalire il Naihanchi a Matsumura (poi a Itosu che apportò al kata antico sostanziali modifiche) e lo inserisce quindi nello Shuri-te, appare meno credibile. Un dato significativo è che, come riporta McCarthy, Kanryo Higashionna (1853-1917) rimase nel Fujian dal 1873 to 1882 e lì apprese diversi kata che portò a Okinawa. Tra questi, il “Koshiki Naihanchi” (Naihanchi antico) che praticò assiduamente insieme al Sanchin. Anche questo può lasciare intendere che i due kata fossero in qualche modo imparentati. Tuttavia, gli allievi di Higashionna non mantennero il Naihanchi nel curriculum dei kata del Goju Ryu e adottarono solo il Sanchin. In origine, prima che venisse adottato anche nello Shuri-te il Naihanchi era dunque un kata di Naha-te. Questo apre diverse prospettive nella ricerca.

Lo storico Akio Kinjo, nella sua ricerca delle radici del Naihanchi, riporta di aver conosciuto nel 1960 Danchi Kaneko, un agopuntore che viveva in Yonabaru e che aveva studiato uno stile taiwanese della Gru Bianca noto come Qiu Ban Ban Si Bai Quan. Kaneko insegnava una forma chiamata Neixi (lett. “interno del ginocchio”), che includeva la stessa tecnica presente nel Naihanchi, il nami-gaeshi, che consisteva nello spazzare un calcio con la pianta del piede colpendo fino all’interno della coscia la gamba dell’avversario. Kinjo, da quanto riuscì a scoprire nel Fujian, afferma che il termine “Neixi” si pronuncia “Nohanchi” nel dialetto di Fuzhou. In base a questo, l’autore ritiene che il Neixi sia il precursore del più recente kata Naihanchi di Okinawa (Kinjo, 1999).

Sulla parentela che si sta ipotizzando tra il Naihanchi e il Sanchin – non tanto nella sequenza di movimenti quanto piuttosto nei principi interni di assetto del koshi, nell’uso della posizione sanchin, e nei movimenti corti per il combattimento a distanza ravvicinata – si sta indagando tramite la comparazione. La forma classica del Sam Chien dello stile dei Cinque Antenati comprende torsioni del tronco e perfino un colpo di gomito totalmente assenti nel Sanchin moderno, ma assai simili a quelli che troviamo nel Naihanchi. Se si ripristina la posizione originale del Naihanchi antico, ovvero il sanchin dachi con i piedi paralleli (così come praticava anche Hidetaka Nishiyama) e si prova ad eseguire il kata da fermo, senza spostamenti laterali, l’analogia risulta evidente.

Abbandonate le interpretazioni fantasiose su un’ipotetica applicazione “specializzata” del kata al combattimento in spazi particolarmente ristretti (su una barca, su un ponte, nelle risaie, ecc.) oggi studiosi come Ryan Parker stanno mostrando come le tecniche nascoste di questo kata comprendano un repertorio immenso di applicazioni a distanza ravvicinata, analoghe a quelle di altri stili della Gru Bianca. Si sta abbandonando l’ipotesi che il kata insegni il combattimento in una condizione estrema, e cioè avendo alle spalle un muro ed essendo circondati da avversari, sia frontalmente che lateralmente, in virtù di un’altra ipotesi: il tipico passo incrociato del kata si riferirebbe ad un mawatte, dato che a Okinawa si girava più spesso spostando la gamba avanti, dunque ad un cambio di fronte poi scomparso nella “semplificazione” moderna. Secondo questa ipotesi il kata conteneva due cambi di fronte e alcune scuole di karate antico, infatti, hanno continuato a tramandare proprio questo modo di praticarlo.

Riferimenti

Aragaki K. (2000) Okinawa Budo Karate no Gokui, Tokyo, Fukushodo.

Kinjo A. (1999) Karate-den Shinroku, Naha, Okinawa Tosho Center.

Murakami K. (1973) Karatedo & Ryukyu Kobudo, Tokyo, Seibido.

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Choki Motobu insegna una delle più elementari applicazioni contenute nel primo movimento del kata Naihanchi in un corso di autodifesa femminile.


Il Meotode

Ci sono rimaste delle foto di Chōki Motobu in una strana postura, che i giapponesi hanno interpretato come “guardia”. In realtà non si tratta di una guardia ma di una tecnica definita Meotode dallo stesso Motobu, ovvero “mani marito e moglie”. Con questa definizione Motobu si riferiva ad una tecnica unica che scaturisce da due movimenti indipendenti delle mani e perfettamente complementari nell’economia del combattimento. Questo principio fa parte del karate antico più genuino ed è comune a diverse scuole tra cui ovviamente il Motobu Ryu, ma anche il Matsumura Seito e il Ryu-te. È anche la prima tecnica del Passai di Oyadomari.

Chōki Motobu in Meotode
Choshin Chibana in Meotode

Ed ecco alcune delle possibili applicazioni di questa tecnica considerata di livello superiore nonostante l’apparente semplicità.

Lo Zentokukai rinnova il suo sito web

Lo Zentokukai, la scuola che diffonde il karate di Chotoku Kyan, ha da poco ristrutturato il suo sito web per una maggiore usabilità e per rendere internamente più agevoli i rapporti fra i dojo, oltre ai contatti esterni con l’organizzazione.

Sono state create nuove sezioni per ospitare i materiali didattici ad uso degli iscritti e un nuovo sistema di accesso personale. Complessivamente, il sito è stato ulteriormente semplificato e reso “spartano”, com’è nello spirito della scuola.

http://zentokukai.com